I professionisti
La classe politica resta la parte migliore della classe dirigente che ci ritroviamo: quasi tutti i (pessimi) sindacalisti e molti imprenditori (che non hanno capitali ma chiedono incentivi) aspirano a fare i politici. Meditate.
Tre righe sotto
Sono sempre riuscito a prendere appunti in maniera velocissima. Scrivo veloce (e questo rende ancora più incomprensibile la mia grafia) e riesco quasi a sbobbinare quello che uno dice. Quando prendo appunti vado in competizione con chi parla: non mi limito a scrivere il dettato (che alle elementari odiavo quasi quanto le tabelline), ma al tempo stesso interpreto, valuto. Valuto quello che secondo me è più e meno importante, più e meno condivisibile. Quando mettiamo su carta i pensieri degli altri, stiamo già scarabocchiando idee nella nostra testa, idee che si basano su quello che stiamo ascoltando e verbalizzando.
Ho tra le mani gli appunti di una conferenza tenuta a Roma nel maggio 2008 da Walter Passerini: “salve a tutti, nella mia vita sono stato addetto stampa di un sindacato, poi ho iniziato la carriera universitaria ed ora sono collaboratore di giornali come il Corriere della sera e il Sole 24 ore, oltre ad essere consulente per numerose imprese”. Nota mia: prima sindacalista, poi consulente per le imprese, giornalista, docente. Ho sottolineato con una riga la parola giornalista e con un’altra quella di docente.
“Il sindacato è ancora attuale, ma sta rischiando grosso in Italia. Il problema non sono le divisioni fra le sigle, ma l’immagine, la missione che oggi ha il sindacato in questo paese”. Sottilineate con due righe pe parole rischiando, missione e immagine.
“Il sindacato deve fare quello che ha sempre fatto: (tornare) ad essere un’agenzia di contrattazione, di democrazia, di innovazione, di rigore etico”.
Due righe sotto alla parola innovazione. Tre righe sottolineano il termine rigore etico.
Fine degli appunti.
Due chiacchiere sullo sviluppo
Mentre il malato muore, il medico studia: non c’è proverbio più adatto per descrivere la situazione sviluppo in provincia di Avellino.
Si fa davvero fatica a elencare le sigle di fantomatici accordi annunciati come la soluzione di ogni male: stati generali sullo sviluppo, patto per lo sviluppo, tavolo del buon governo. L’ultimo nato è il tavolo interassessoriale.
Difficile non avere il sospetto che tutti questi incontri abbiano come obiettivo la classica passerella per politici e sindacalisti, che guadagnano la tanto sospirata visibilità e danno l’impressione di fare qualcosa. Giù la maschera: all’Irpinia serve una operazione verità.
La nostra classe dirigente può fare ben poco dinanzi al fatto che soldi per realizzare investimenti non ce ne sono.
Ma quel poco bisogna farlo bene, rispettando i ruoli. La politica ascolti tutti ma poi sia essa a decidere come utilizzare i soldi pubblici; gli imprenditori e soprattutto i sindacalisti facciano il loro mestiere: meno conferenze stampa, meno convegni, insomma più sindacato.
Altrimenti si rischia di ripetere gli errori del recente passato, come il mancato utilizzo del fondo anticrisi della Provincia di Avellino.
Nulla di nuovo sotto il Sole
Col tempo di classifiche sulla qualità della vita ne sono spuntate parecchie, ma la graduatoria de’ Il Sole 24 ore può ancora essere considerata la fotografia più affidabile della condizione che vivono le città e le province italiane. Per Avellino e l’Irpinia i numeri degli analisti sono brutti, al netto degli entusiasmi superficiali di qualcuno. Ma è ancora più preoccupante il fatto che quasi nessuno provi a spiegare i veri motivi della crisi. Pochissime, se non nessuna, le autocrtiche di politici, imprenditori, sindacalisti, che continuano nel solito sport di dare la colpa agli altri.
Ed invece servirebbe iniziare a dire che pur con tutte le scuse della crisi internazionale e italiana, questa provincia non va avanti, o peggio, va indietro, perchè mancano idee e persone all’altezza: quasi tutti gli imprenditori investono se ci sono contributi, meglio se a fondo perduto; i politici poi da tempo sembrano persino incapaci di sfruttare finanziamenti, mentre i sindacalisti si limitiano a emettere bollettini statistici, più che a tutelare.
Nel 2010 che sta finendo, l’Irpinia ha perso due ospedali (Bisaccia e di fatto Sant’Angelo dei Lombardi) ed una linea ferroviaria, la Avellino-Rocchetta. Tutta roba della quale si può fare a meno, assicurano Regione e Governo. Ma erano infrastrutture pensate e realizzate nei decenni scorsi da una classe politica troppo spesso megalomane e clientelare, che però è riuscita a fare ed a contare qualcosa. A differenza dei nostri attuali governanti.
Il fesso in mezzo
Proviamo a ricapitolare la distribuzione dei ruoli e delle parti nella tragicomica vicenda della manifestazione pro-Bisaccia svoltasi a Napoli.
Non ci interessa il copione generale con le sue incongruenze. Sorvoliamo, per questa volta, sugli attori principali, dal Presidente della Provincia Sibilia al vicepresidente della Regione De Mita jr, sui loro meriti e sulle loro contraddizioni.
Questi qua fanno politica, nel senso buono ed in quello meno buono. Suvvia, siamo uomini di mondo.
Parliamo di un particolare che non mette e non leva al finale della storia, perchè – per fortuna – stiamo parlando di comparse (scartine) che non contano niente (anche se pensano di accusare parecchio).
Parliamo di chi a chiacchiere dice di tutelare i diritti e di combattere i soprusi, tranne però quelli dei dipendenti della sua organizzazione, dove non si concedono permessi manco per gravi motivi di salute (Pomigliano ante litteram, anzi ante minchiam).
Parliamo di chi prima della campagna elettorale blatera autonomia dalla politica ma fa una bella riunione con il candidato del centrodestra alla Presidenza della Regione per portargli voti.
Parliamo di chi, pensando che sono tutti, ma proprio tutti come lui, scambiando lucciole per lanterne, vorrebbe far credere che se un ospedale chiude, la colpa è di chi gira le mandate della serratura e non di chi di chi gli ha dato un ordine.
Parliamo di chi riesce persino in una manifestazione siffatta presta, o meglio regala, ante e retro ad una determinata parte politica che gioca sulla vicenda una partita nella partita.
Parliamo di chi finisce, come al solito a confondere una cosa seria, la battaglia per la difesa della salute, con una sua ambizione personale, vestendo come al solito i panni del fesso in mezzo nel gioco delle parti.
La faccia come il cuore
Due comunicati di un sindacalista di provincia impazzito (ammesso che abbia mai avuto cervello) che oggi chiede a Berlusconi di nominare il ministro dello Sviluppo.
Ma forse non è impazzimento, solo una semplice scopiazzata di comunicati presi dalle agenzie nazionali e copiancollati per le cronache locali.
Tutta colpa del centrocampo
Ieri ho dedicato buona parte della mia giornata lavorativa a scrivere e parlare della economia irpina. Confesso una certa disillusione personale nell’avere raccolto dichiarazioni e presenze di soggetti seduti dietro ai tavoli, soprattutto quelli della Camera di Commercio, dove si è presentato il rapporto sulla economia della nostra provincia. Non è tanto questione di quello che si dice e non si dice. E’ questione di credibilità, di dannata credibilità di chi, al pari della politica, ha enormi responsabilità sulle cose che in Irpinia vanno male, o peggio ancora non vanno proprio. E che non riesce a starsene zitto, ma pretende anche di fare denunce, confondendo moralità e moralismo. Direbbe brutalmente Mino Martinazzoli: in giro c’è gente che confonde la verginità con l’impotenza.
Ma la citazione più azzeccata è questa di Ciriaco De Mita: “quando uno non capisce niente di pallone, dice che le cose vanno male per colpa del centrocampo; al tempo stesso, quando uno non capisce nulla di politica, dice che la colpa è della globalizzazione”. Aggiungo io: quando un imprenditore ed un sindacalista non capiscono niente di economia, dicono che la colpa è della politica.
Strani effetti: il su e il giù del Sindacato
Le immagini diffuse oggi dalle tv locali restituiscono un particolare che non può passare inosservato: il Ministro Scajola arriva in Provincia, fuori ad attenderlo ci sono circa trecento lavoratori che manifestano il loro dramma di disoccupati, cassaintegrati e comunque con futuro ad alto rischio. Nel Palazzo, a primo piano, ci sono i rappresentanti istituzionali ed i segretari generali dei sindacati, che, così come prassi vuole, sono su a Palazzo per rappresentare al Ministro proprio quei drammi dei lavoratori. Il Ministro scende dalla sua ammiraglia, fa per salire, poi stop, retromarcia di gambe, va in piazza e parla direttamente con i lavoratori che sono e rimarranno giù, insieme con altri loro rappresentanti sindacali (RSU, segretari di categoria). L’incontro che si svolge nel Palazzo sembra a questo punti inutile, giusto una passerella. Non per Scajola, che col suo coupe de teatre ha guadagnato qualche punto: era venuto per dichiarare il suo impegno sulla FMA e lo ha fatto parlando prima e direttamente con chi di dovere. Domanda: chi era su ha rappresentato i lavoratori? Sarebbe parziale ridurre la questione (che è di -grave- sostanza) rimandandola alle guerre intestine che affliggono le quattro maggiori sigle sindacali. E’ anche doveroso cogliere il tentativo, infido, di chi oggi governa, il quale mira a delegittimare le rappresentante sindacali, per trattare direttamente con i lavoratori, a svantaggio, ovviamente, di questi ultimi. Ma è evidente che il distacco tra chi oggi era ed è rimasto su (i sindacalisti) e chi era ed è rimasto giù (il lavoratori) dimostra una cosa evidente: chi rappresenta, o meglio crede, non è rappresentativo. E non è tutta colpa dei politici o degli imprenditori.
La FMA, tra passato e futuro
Una tenda della resistenza davanti ai cancelli della FMA di Pratola Serra. È l’ultima iniziativa, in ordine di tempo, dei lavoratori per protestare contro la situazione che da mesi affligge lo stabilimento irpino: produzione praticamente ferma, cassa integrazione che si moltiplica, e, cosa che più preoccupa, assenza di investimenti e di un piano industriale che garantisca un futuro per lo stabilimento di Pratola Serra.
Per ora, la tenda dei lavoratori della FMA ha già ottenuto dei risultati; almeno in Irpinia la questione di Pratola Serra è già al centro del confronto politico come dimostrano le visite che i candidati alla Regione hanno preannunciato ai lavoratori: da Arturo Iannaccone ed Antonio de Vita, a Vincenzo de Luca che arriverà mercoledì prossimo davanti ai cancelli della FMA. Infine, ci sono gli sforzi del presidente Sibilia e del sindaco di Avellino Galasso, impegnati a trasferire la vicenda FMA al tavolo nazionale FIAT presso il ministero dello sviluppo. Ma per ora, la classe politica e quella sindacale irpina fanno i conti con qualche divisione di troppo e soprattutto con una evidente debolezza nei confronti dell’azienda. Bene o male che sia, gli anni ’80 e ’90 quelli per intenderci dell’asse Torino-Roma-Avellino sono passati, e lo stabilimento FMA fa i conti con la fatica di reggere la sfida del mercato. Sino a pochi anni fa, la FIAT ha prodotto motori a Pratola Serra anche perché il costo del personale era di fatto il più basso tra gli stabilimenti in Italia. Un operaio della FMA guadagnava molto di meno rispetto ad un collega di Pomigliano e di Mirafiori, e svolgeva turni di lavoro massacranti. Tutto andava bene pur di conservare il lavoro. Anche qualche sacrosanto diritto sindacale era stato sacrificato nella illusione che ciò potesse servire alla causa. Il comune di Pratola pensò finanche di spostare, ogni anno, la celebrazione del santo patrono, facendola coincidere sempre con un giorno feriale e non festivo, per evitare problemi con i turni di lavoro. Oggi i piccoli e grandi favori che la FIAT ha ricevuto dalla politica per dirottare al sud e non all’estero la sua produzione non bastano più. L’unica strada per salvare non solo la FMA, ma l’intero comparto industriale irpino, è quella della qualità, della tecnologia. Chissà.
